Latam, banche a rischio nazionalizzazione

Il Venezuela vuole la controllata del Santander. Altri Paesi dell'area potrebbero seguirne l'esempio. Gli investitori intanto scappano

Marco Caprotti | 06-08-08 | Invia Articolo via E-mail
Un ostacolo in più rischia di complicare la vita a chi investe in America latina: la nazionalizzazione delle banche. Se il timore dovesse diventare realtà, sarebbe un’altra spallata per l’indice Msci dell’area che nell’ultimo mese (fino al 6 agosto e calcolato in euro) ha perso circa il 4,8%.

La paura che la proprietà degli istituti di credito della regione possa passare agli Stati è più che un’ipotesi di scuola fatta parlando di una zona in via di sviluppo. Fino ad oggi le banche sudamericane hanno beneficiato del boom del mercato dei crediti che, unito a una stabile e continua crescita dell’economia, ha trasformato l’America latina in terra di conquista per le maggiori banche mondiali e in un paradiso per gli investitori a caccia di opportunità. Il 31 luglio, tuttavia, il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha detto di aver intenzione di nazionalizzare Banco de Venezuela, controllata del colosso spagnolo Banco Santander, che possiede asset per l’equivalente di 11 miliardi di dollari.

Una cosa simile potrebbe verificarsi in Bolivia, dove il presidente Evo Morales vorrebbe nazionalizzare il sistema di previdenza integrativa. Se accadesse, sarebbero guai grossi per la banca iberica Bbva e per il gruppo svizzero Zurich, che controllano la maggior parte dei fondi pensione del Paese per un portafoglio totale di 3,5 miliardi di dollari.

In Brasile, intanto, il Banco Do Brasil, controllato dal governo, ha lanciato un’offerta su Nossa Caixa (di proprietà della stato di San Paolo) mandando su tutte le furie gli istituti provati che si aspettavano un’asta pubblica.

“La possibile nazionalizzazione di alcune banche latinoamericane va presa in considerazione molto seriamente”, spiega uno studio della società di consulenza Oxford Analitica. “Se accadesse, sarebbe il segnale che gli stati dell’area vogliono tornare a controllare i processi economici e finanziari. Se poi i colossi stranieri accettassero la situazione senza troppe proteste, significherebbe che la regione sta perdendo importanza”.

Il dubbio in questo senso nasce dalle arrendevoli dichiarazioni del ministro spagnolo per l’economia Pedro Solbes, secondo cui i 2 miliardi di dollari che Chavez darebbe al Santander come buonuscita sarebbero “un prezzo ragionevole”. Banche a parte, la situazione dell’America latina continua ad essere difficile. In Cile, secondo gli ultimi dati forniti dal governo, l’inflazione a luglio è salita dell’1,1% dopo il 1,5% fatto segnare a giugno. A livello annuale l’aumento dei prezzi è del 9,5%, il più alto dal 1994. Se dovesse continuare così, è l’opinione degli economisti, un aumento dei tassi di interesse sarebbe inevitabile, con conseguenze negative sugli investimenti stranieri.

E non è che all’estero in questo momento il Sudamerica stia godendo di ottima fama. Per colpa del calo del prezzo delle materie prime, per esempio, la Borsa brasiliana Bovespa, a luglio, ha registrato ordini di vendita sulle società quotate sui suoi listini per quasi 5 miliardi di dollari. Una fuga così non si vedeva da almeno otto anni.
Marco Caprotti è Redattore di Morningstar in Italia. Attenzione: Morningstar e i suoi dipendenti non forniscono alcun tipo di consulenza, né su investimenti in generale né su specifici fondi. Puoi mandare un commento all'Autore cliccando qui.
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